Nato a Milano nel 1984, Francesco Meda si è laureato in Industrial Design presso l'Istituto Europeo di Design (IED) nel 2006. Dopo la laurea, ha maturato esperienza a Londra, lavorando negli studi di Sebastian Bergne e Ross Lovegrove, dove ha approfondito il valore dell'artigianato italiano e delle tecniche produttive avanzate. Il suo approccio progettuale è essenziale e fluido, capace di coniugare innovazione e memoria. Alterna lavori in serie a produzioni indipendenti, muovendosi con naturalezza tra design del prodotto, art direction e ricerca sui processi produttivi. Vive e lavora a Milano.
D: Cosa significa entrare in un salotto con il divano Palma? Quali sensazioni dovrebbe trasmettere?
R: La sensazione che dovrebbe trasmettere il divano Palma è che è un divano non convenzionale. In un ambiente, ha questa capacità di essere avvolgente, scultoreo e darti una sensazione di tranquillità e di accoglienza. Quindi, diciamo che la sua caratteristica è quella di cercare di essere anche un po' più emozionale rispetto al divano convenzionale classico. E quindi con tutta la tematica, diciamo così, in maniera metaforica, dell'accoglienza, della protezione, hai questa sorta di petalo, di guscio che ti avvolge.
La sua silhouette organica, appunto, ha una vicinanza al mondo della natura e quindi questi aspetti di accoglienza, di pace, di tranquillità, di raccoglimento [invitano] in un certo senso a fermarsi un po' di più. E quindi [il punto] è questo: il cercare di fare un oggetto che sia sì funzionale, ma anche emozionale.
Siamo nel cuore di Brera, in una bellissima galleria che ospita l'allestimento di Meritalia® e in questo caso siamo sul mio divano Palma, che è il primo progetto per il marchio che abbiamo presentato al Salone del Mobile quest'anno.
D: Il nome Palma è ispirato a tua figlia. È vero che il design può aiutarci a vedere il familiare in chiave straordinaria?
R: Sì, il divano Palma è ispirato al nome di mia figlia, ma stiamo anche parlando della palma [vera e propria], nel senso proprio letterale legato alla natura, della pianta. Il divano mi ricordava molto questa vicinanza con l'aspetto naturale, quindi sembra una sorta di petalo, di silhouette, di forma organica. È qualcosa che ci ricorda un aspetto di raccoglimento, di sicurezza, e [di conseguenza] è qualcosa legato alla famiglia. Con Charley [Vezza] si parlava di cercare di fare il divano dei sogni quando sei a casa tua. Al di là di altre soluzioni che sono sempre valide, mi piaceva questa idea di avere proprio un prodotto che fosse più un segno all'interno dell'ambiente, sia grafico ma anche, come dicevo prima, emozionale. Questo non vuol dire che tutta la casa deve avere i divani Palma, ma quel divano, un modulo, una poltrona è un qualcosa che ti riporta a qualcosa di caldo, di emozionale, di accogliente, di morbido. E quindi abbiamo lavorato su questo. C'è [anche] un aspetto di borghesia, che però non è una borghesia da intendersi come convenzionale, prevedibile, ma una sorta di borghesia come sinonimo di stile di vita, di equilibrio e di, in un certo senso, di gusto. Quindi è anche interessante capire che c'è, all'interno di questo progetto, una sorta di dualismo tra il calore del divano e questo aspetto. [Oltre a questa] forza anche visiva e visiva e concettuale che fa parte poi del DNA di Meritalia®,di un design fortemente radicale. Quindi la difficoltà era di riuscire a far qualcosa che [provenisse da] un mondo più classico, quindi, come dicevamo, anche più borghese, fino a dargli poi quel twist che è il carattere principale del marchio. Quindi, è molto difficile, perché poi quel twist può sfociare in qualcosa di anche di kitsch, di esagerato, e invece la forza del marchio è sempre stata di interagire con dei grandissimi designer come, appunto, non ultimo Gaetano Pesce che ha fatto la storia di Meritalia®. È sempre stato in grado di fare dei prodotti anche molto colti ma ironici, senza, appunto, diventare qualcosa di troppo arrogante all'interno dello spazio. E quindi, l'esempio è La Michetta [di Gaetano Pesce], cioè questo divano che si rifà a un Chester, a una un'italianità. Poi, in fin dei conti, ha spostato tutti i punti dell'impuntura del Chester in una maniera totalmente casuale e più informale. E quindi, anche qui, con questo progetto, la sfida era proprio di cercare di fare qualcosa che avesse tutti i soliti criteri, quelli che vogliono tutti, cioè bello, comodo, diverso, con un carattere. Però, sotto il cappello di un marchio come Meritalia®, l'asticella era molto alta e riuscire a far qualcosa che toccasse tutti questi punti è stata una grande sfida. Credo che tutti insieme siamo arrivati a un risultato.
D: Cosa significa per una seduta essere a misura di persona?
R: L'aspetto più importante è quello di mettere al centro l'esperienza umana. Quindi, come si diceva prima, c'è un aspetto di funzionalità, ma anche di relazione e di emotività all'interno di un progetto. In questo caso, questo progetto voleva proprio risaltare questa attitudine. Questa attenzione alle proporzioni, al fatto che i materiali dovessero comunicare un segno grafico, questo piping che definisce e accentua la forma… E dall'altra parte, c'è il fatto che fosse comunque un oggetto comunque non troppo statico, ma morbido. Quindi, lavorando con Meritalia® su questo aspetto dell'emozione, posso dire che è forse il marchio dove mi sono trovato a dover confrontarmi maggiormente, perché in altri ambiti si è più legati a un'attenzione molto più, appunto, legata semplicemente alla funzione; qui, invece, ci sono tanti ingredienti, come dicevo prima, che vanno calibrati: il colore, l'aspetto grafico, l'aspetto emozionale, il come interagisce all'interno dell'ambiente, perché Meritalia® non lavora a collezioni, ma ha una identità sempre molto forte e caratterizzante legata a ogni designer, a ogni prodotto. Ogni designer ha una sua identità; quindi, la sua forza è proprio questo mix culturale, che credo che sia anche poi la forza in generale nell'umano. Riuscire a entrare ed essere coinvolto in questa avventura è sicuramente stata una grande opportunità.
E poi, se posso aggiungere, l'ambiente [di Meritalia®] è molto umano. Mi ha colpito questo aspetto di rimettermi in gioco su questi punti che ogni tanto anche noi progettisti dimentichiamo. [Quello del progettista] è quasi un lavoro più antropologico-sociale (adesso esagero con le parole); perché alla fine, il rischio è quello di un appiattimento se non c'è quella spinta di voler alzare l'asticella o comunque considerare tutti questi aspetti che sono i valori di questa azienda. Quindi, devi entrare in punta di piedi e rispettare quella che è la forza [del marchio]. Devi cercare di far un progetto che ne esalti ancora di più questi valori. Credo, come dicevo prima, che questo progetto sia una risposta contemporanea ai valori del brand.
La sfida era proprio quella di coniugare una comodità , un calore di un divano di casa con la forza, come dire, visiva e concettuale di un designer radicale. Quindi, non si tratta solo di far un oggetto decorativo, ma un prodotto che possa vivere all'interno di uno spazio in una maniera non urlata, ma che crei comunque un'emozione a chi vive lo spazio e a chi vive il divano. Quindi, riuscire a calibrare queste cose è stata la sfida principale. Quindi, tengo a precisare questa cosa perché alla fine viviamo in un mondo di relazioni; già è difficile mantenerle con amici e famiglia e quant'altro… Quindi, quando si trovano delle sinergie lavorative piacevoli, è poi piacevole mantenerle, crescere insieme e andare avanti. [In questo caso] non ci si limita, ovviamente, a fare una collezione di divani, ma si può condividere una strada, ecco. Credo molto in questo tipo di attitudini lavorative.
D: Quali sono gli aspetti più tecnici del divano Palma che ti piacerebbe approfondire con noi?
R: Come dettagli tecnici, [Palma] è un divano che, nella sua semplicità, ha comunque dei gradi di difficoltà notevoli nella realizzazione, ma che, se risolti, - come siamo riusciti a fare in maniera positiva - esprimono anche il saper fare italiano, il concetto di qualità. La scocca è tutta una curva-contro-curva, quindi non è semplice far aderire la pelle. Questo piping, poi, definisce la forma in una maniera molto grafica, e dà anche questo senso di comfort ma anche di leggerezza. Quindi, ci sono tanti aspetti che sono stati risolti e sono parte del fare, quindi anche di trovare il supplier più giusto, il fornitore più adeguato per la tipologia di prodotto. Quindi, qui si parla di imbottito, ma si parla anche di una struttura, come dicevo prima, di una sorta di petalo che ti accoglie. Quindi, abbiamo cercato di mantenere questi spessori non esageratamente grossi; però, dall'altro canto, [il divano è comodo al punto che] non senti il rigido, il duro. [Abbiamo anche giocato con] questo piping che di solito è usato nel mondo della cuscineria, ma c'è stato come un twist per cui è utilizzato per dare un segno a questa scocca. Quindi, mi rifaccio al discorso di Meritalia®, per cui si alza un po' l'asticella in termini di cercare di rompere gli schemi in maniera sobria ed elegante. Per questo parlavo di borghesia: non la parola borghesia come dispregiativo o solo come cliché. (17:10)
Anche il concetto della poltrona [Palma] che è nata: è una poltrona che da un certo punto di vista è metà classica, ma poi metà un po' più "matta", perché questo "petalo" è solo da una parte. Per questo motivo c'è l'idea che ti puoi sedere in una maniera, più informale. Quindi, probabilmente, quando accosti le due poltrone che hanno un petalo ognuno da una parte, è come se chiudessi un set con le due "sorelle" vicine. Anche qui c'è stata l'opportunità, avendo a che fare con il team di Meritalia®, di mettere in discussione delle regole, come designer che non aveva lavorato ancora con questo marchio. Altre aziende ti direbbero "sei matto a non mettere il bracciolo sia a destra sia a sinistra". Ma in questo caso, si trovano un utilizzo sia di funzionalità, sia di layout all'interno di uno spazio diverso. Quindi: questa [poltrona] vive meglio in un angolo, oppure in una situazione più informale dove ti metti in una maniera più diagonale o più obliqua. Quindi, anche cercare di capire quali sono gli usi e i costumi - che non sono, ovviamente, tutti uguali - fa sì che si ragioni il progetto in una maniera non canonica, ma che ti spinge a provare a fare delle cose. Questo non vuol dire "facciamolo strano", ma [vuol dire] ragionare su delle dinamiche che sono in continua evoluzione. E quindi, è stato un ottimo inizio, come esperienza.
D: Nel progetto, come ti misuri con il lavoro di tuo padre [Alberto Meda]? Quali sono i punti che avete in comune e quali punti di distanza?
R: Con mio papà, che fa questo mestiere da parecchi anni, mi confronto in una maniera molto sana e umana. Ho la fortuna di avere un padre e un maestro che è molto solido personalmente e appagato. Per questo mi ha sempre rispettato e lasciato fare, senza imporre un suo linguaggio, una sua visione. Questo credo che sia stato per entrambi la chiave del successo in termini di relazione. E poi, questo aspetto di lavorare proprio one-to-one, molto vicini, quasi da bottega, per tanti anni, ha fatto sì che passassero delle conoscenze, migrassero delle conoscenze molto intime, perché avevo la possibilità di stare tanto con lui e vedere il modo in cui lavorava, non avendo uno studio con 40 o 50 persone. Questa cosa è stata come un master accelerato. È stata una fortuna rispetto agli altri, perché avevo la possibilità di vedere veramente a 360 gradi come nasce un progetto, come sono le relazioni con l'imprenditore, con dei collaboratori esterni. Però, lui, avendo un background ingegneristico, ha una forma mentis molto diversa, molto più legata all'aspetto costruttivo delle cose, che è l'aspetto, forse in cui io ero allora più carente. Io ho proprio un modo di lavorare più legato all'immagine, a delle reference, a delle contaminazioni che possono essere venire dall'arte, dall'architettura, totalmente da altri mondi. Quindi, in un certo senso, mio papà valorizza la mia esperienza nel lavoro, perché è come se avesse - anche per età e per generazioni diverse - la capacità di vedere il mondo con degli occhi che sono più freschi, anche a livello biologico di età. Mi piace parlarne perché non ne sento minimamente un peso, proprio perché ognuno ha la sua identità, i suoi clienti, il suo lavoro. Ogni tanto ci chiedono di fare delle cose insieme oppure ogni tanto decidiamo noi di far delle cose insieme. Ogni tanto lui mi chiede dei consigli, io gli chiedo un sacco di consigli. Quindi, è proprio un rapporto molto naturale. Ovviamente, non è che non ci siano delle frizioni o dei litigi, come in tutti i rapporti umani… Però lo vedo come qualcosa di molto importante, di prezioso, e anche una fortuna enorme rispetto ad altre persone che non hanno avuto una figura così intima vicino, che ti indirizza in un mestiere, ma senza neanche mai essere troppo pesante. Quindi, è un qualcosa di molto sano che vivo molto tranquillamente e serenamente.